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Il decreto sviluppo destina nuove risorse alle fonti "convenzionali", i cosiddetti capacity payment, e i produttori di energie rinnovabili protestano. Dopo l’approvazione del Decreto Sviluppo, venerdì scorso, si è aperto un dibattito nel settore energetico tra i produttori di energia rinnovabile e le cosiddette “aziende di produzione ed erogazione”, cioè quelle società pubbliche che “producono ed erogano servizi alla collettività”: aziende come l’ENEL, che forniscono energia che in parte producono e in parte importano grazie a contratti, spesso molto onerosi, con produttori stranieri di gas ed energia elettrica. Questo perché il decreto sviluppo, tra le altre cose, destina a queste aziende delle risorse che teoricamente non dovevano essere assegnate fino al 2017, tra le proteste dei produttori di energia rinnovabile. Il Financial Times ha scritto che da una recente analisi emerge che la maggior parte del centro Italia e tutto il sud stanno raccogliendo una buona parte del proprio fabbisogno energetico da fonti rinnovabili (fotovoltaico, eolico, idroelettrico) e che l’Italia è sulla buona strada per raggiungere già nel 2012 la quota di produzione di elettricità prodotta da rinnovabili che richiede l’Unione Europea entro il 2020: il 26 per cento. Questo risultato si è sommato a un crollo della domanda energetica complessiva, a causa della recessione. La sovracapacità di produzione ha abbassato i prezzi medi dell’energia durante il giorno e per far fronte alle perdite avrebbe portato diverse aziende fornitrici ad alzare i prezzi notturni (gli aumenti sono oggetto di indagine da parte dell’Autorità per l’Energia). A fronte di questa situazione il governo ha anticipato, con due emendamenti del decreto sviluppo, i cosiddetti capacity payment: sovvenzioni per gli impianti esistenti e per quelli che le aziende fornitrici vorrebbero costruire, che sarebbero dovuti entrare in vigore a partire dal 2017.
I capacity payment sono di fatto degli incentivi alle energie fossili, approvati nel decreto sviluppo su proposta del deputato PdL Stefano Saglia con il sostegno di PD, FLI, UdC e Lega Nord. Questa pratica prevede che la remunerazione degli impianti avvenga in base alla potenza installata e non in base alla loro produzione effettiva (che in concorrenza con il fotovoltaico e con i consumi che crollano, sarebbe in diminuzione). Il governo ha fatto sapere che questa norma è necessaria perché gli impianti delle rinnovabili e i nuovi modelli energetici non sono ancora in grado di raggiungere una quota sufficiente di energia in grado di soddisfare il fabbisogno totale, e che quindi per il momento non si può fare a meno di continuare a investire sulle centrali alimentate da fonti convenzionali (e più inquinanti): carbone, petrolio, gas. |